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Apolloni Silvio

SILVIO APOLLONI “LEO”

Ai primi di gennaio 1944 la Delegazione Triveneta delle brigate Garibaldi aveva costituito sui monti sopra Recoaro un gruppo partigiano che nelle intenzioni doveva diventare e lo diventerà, un polo di attrazione per gli antifascisti, i giovani sbandati dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, i renitenti che non volevano aderire alla RSI, insomma di tutti coloro che non ne potevano più del fascismo, della guerra e dell’occupazione tedesca. Di quel gruppo, che si addestrava militarmente e politicamente alla guerriglia partigiana, facevano parte anche alcuni giovani provenienti dalla città di Vicenza.
Quel gruppo, che annoverava circa 25 uomini, si era stanziato a Malga Campetto a 1600 m. di altitudine, ma venne ben presto individuato dalle autorità fasciste, le quali, intuendone la pericolosità, stabilirono di annientarlo, come avevano fatto un mese prima con un altro gruppo simile a Malga Silvagno, sull’Altopiano di Asiago. Così, a metà febbraio, i tedeschi e i fascisti sferrarono un vero e proprio attacco contro la Malga, impiegando 3/400 uomini che, per circondarla, salivano sia dalla valle dell’Agno che da quella del Chiampo e che erano dotati anche di armi pesanti e supportati persino da un aereo da ricognizione.
Ma i partigiani, preavvertiti, organizzarono la difesa e lo sganciamento. Lo scontro ebbe luogo il 16 febbraio e si risolse con una sconfitta cocente per i nazifascisti che dovettero contare un numero imprecisato di morti e feriti, mentre i partigiani ne uscirono tutti vivi.. L’eco della battaglia vittoriosa si sparse velocemente in tutta la provincia e molti giovani manifestarono la volontà di unirsi ai partigiani.
Sergio Mattolin “Aviatore” dopo lo scontro, ritornò in città e qui avvicinò due giovani conoscenti, Lino Albanello e Silvio Apolloni, ambedue panettieri e non ci volle molto per convincerli a ritornare con lui in montagna a fare i partigiani. Lino Albanello divenne il partigiano “Cirillo-Patata” e Silvio Apolloni “Leo”.
Silvio Apolloni, figlio di Giuseppe e di Danzo Antonia, era nato a Vicenza il 13 settembre 1924, aveva quindi 19 anni, e abitava in Via Borgo Santa Lucia, al n. 21.
A 18 anni fu chiamato alle armi e si presentò regolarmente nell’agosto 1943 , ma poco dopo vi fu l’armistizio dell’8 settembre. Ritornò quindi a casa e al suo lavoro di panettiere ma si trasferì ben presto a Monteviale con la famiglia ivi sfollata a causa dei bombardamenti.
Accolto tra i partigiani, Silvio Apolloni “Leo” entrò a far parte della pattuglia comandata da “Pino” (Clemente Lampioni) e nel mese di marzo partecipò alla missione assegnata a quella pattuglia che aveva come scopo verificare la possibilità di minare la ferrovia Verona-Brennero nella Valle d’Adige. Partirono dalla base di Durlo e dopo aver attraversato tutta la Lessinia, scesero in Val d’Adige all’altezza di Brentino (Madonna della Corona). Posero dell’esplosivo sui binari, ma con poco successo: era la prima volta. Mostrarono però che l’operazione era possibile e così, circa due mesi dopo, e cioè il 23 maggio ’44, un’altra pattuglia scese in Val d’Adige all’altezza di Ala presso Rovereto, piazzò l’esplosivo sui binari, che scoppiò al passaggio di un treno, carico di soldati. Radio Londra parlò di 450 morti.
“Leo” divenne capo pattuglia e il suo amico “Patata” ricorda che egli spesso si recava in pianura a procurare armi e ad arruolare combattenti. Alla fine di marzo però, contro i partigiani di Marana-Durlo, i fascisti sferrarono un nuovo rastrellamento, anche stavolta molto agguerrito (300 uomini) ma altrettanto inutile perché non riuscirono a prendere nessun partigiano. Infatti il comandante dei partigiani , n.b. “Giani”, dispose che tutte le pattuglie si disperdessero e ordinò una temporanea smobilitazione.
Fu durante il ritorno verso i monti che il 28 marzo 1944 “Leo” fu sorpreso ed arrestato dalla polizia fascista di Monte di Malo. Aveva con sé una vecchia pistola, nemmeno funzionante.
Fu trascinato a Vicenza e rinchiuso nel carcere di San Biagio. Di fronte all’intensificarsi della lotta partigiana e al pressoché fallimento dei bandi di arruolamento i fascisti decisero ad un certo punto di sacrificare quel prigioniero per dare una lezione al movimento partigiano e lanciare un monito e un esempio per i numerosi vicentini renitenti alla leva. Così imbastirono un processo e lo condannarono a morte con sentenza del 20 aprile. La sua fucilazione avvenne il 22 aprile 1944 e fu preceduta da una macabra messinscena: il giovane partigiano, preceduto dal rullo dei tamburi, fu prelevato dal carcere e fatto percorrere le vie della città fino al poligono di tiro, sulla strada Marosticana. Invano egli chiedeva ai suoi aguzzini di poter vedere la madre prima di essere fucilato.
Silvio Apolloni fu il primo partigiano caduto per la libertà del gruppo che, partendo dalla ventina di uomini di Malga Campetto, per la grande adesione di giovani uomini e donne alla Resistenza, diventò il 17 maggio 1944 la XXX Brigata Garibaldina “Garemi”. A Silvio Apolloni fu dedicato un battaglione che operò nella Val Leogra. La “Garemi” fu la formazione che portò la lotta armata in una vasta zona che va dal lago di Garda al fiume Brenta e dal Basso Vicentino al Trentino e che arrivò a contare oltre 10.000 tra partigiani e patrioti, uomini e donne, e oltre 750 caduti.
A Silvio Apolloni la città di Vicenza ha dedicato un busto in Via Santa Lucia posto nei pressi della sua abitazione sopra un porticato.

Dati desunti dal sito anpi-vicenza.it, a firma di Giorgio Fin